"Tràchala" sarà lei! Il grosso collo di Costantino I - prima parte

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"Tràchala" sarà lei! Il grosso collo di Costantino I - prima parte

Messaggio da Vindex » 20/06/2020, 23:16

Nei titoli di molte biografie dedicate a Costantino I in epoca moderna, al nome dell’imperatore viene spesso associato l’epiteto “il Grande”, a sottolineare l’importanza del personaggio e l’impronta decisiva lasciata dal suo lungo regno (dal 306 al 337 d.C.) nella storia della tarda romanità e oltre.

Nella storiografia degli ultimi decenni prevalgono valutazioni complessivamente positive sulla figura di Costantino – che pure, per molti versi, rimane una delle personalità “divisive” per eccellenza nei dibattiti tra appassionati di storia romana – ma anche i suoi detrattori, passatemi il termine, si devono confrontare con la vastità e l’incisività della sua azione: politica (meglio, geopolitica), religiosa, amministrativa, monetaria, militare.
Quali che siano state le sue motivazioni – intime convinzioni, brama di potere, cinico pragmatismo e via dicendo – mi pare difficile contestare, a posteriori, che l’opera di Costantino sia stata la progressiva realizzazione di un disegno concepito con lucidità e portato a termine con la massima determinazione.

L’opera, per venire al tema, di uno con la testa ben piantata sulle spalle; immagine che, nel nostro caso, non è solo un modo di dire.
Infatti, negli scritti in circolazione su Costantino, sia di impianto generale che dedicate ad ambiti specifici della sua opera, capita di trovare che l’imperatore veniva soprannominato Tràchala, o Tràchela, per via del suo collo taurino.
Si tratta di una parola greca (Τράχαλος=Tràchala in greco dorico, Τράχηλος=Tràchela in greco attico) che significa, appunto “collo”; Costantino, quindi, avrebbe avuto tra le sue fattezze un collo tanto possente da meritargli, per sineddoche, un soprannome riferito proprio a quel suo così evidente tratto fisionomico.

Questo, almeno, ci raccontano due cronografi bizantini le cui opere risalgono alla fine del X (quella del c.d. Pseudo Simeone) e alla prima metà dell’XI secolo d.C. (quella di Giorgio Cedreno) in termini pressoché identici (Cedreno si rifà evidentemente allo Ps. Simeone): “Costantino il Grande – l’epiteto “Grande” non è ovviamente un’invenzione dei moderni – fu come aspetto di media corporatura, con spalle piuttosto larghe e collo grosso, perciò lo chiamavano ‘Tràchala’” (curiosità: quando parlano di “collo” grosso i due cronografi usano il termine greco αὐχήν=auchén, che identifica più propriamente la sola parte posteriore del collo, cervice, collottola o coppino che dir si voglia, mentre tràchala è il collo a tutto tondo).

C’è un problema, però, anzi due: le fonti letterarie giunte a noi che descrivono l’aspetto fisico di Costantino non sono del tutto concordi e quelle coeve, poi, sono soprattutto opera di panegiristi, per cui il nostro Granduomo vi rifulge invariabilmente in tutta la sua splendida bellezza; in ogni caso, del suo collo non si parla. Lo Pseudo Simeone e Cedreno, poi, scrivono molti secoli dopo la morte di Costantino, quindi si può ipotizzare che abbiano attinto a fonti andate però perdute, nelle quali si accennava al soprannome Tràchala.

Noi però possiamo farci un’idea della fisionomia di Costantino in base ai suoi ritratti che ci sono giunti in un discreto numero: teste di sue statue, rilievi dell’arco omonimo fatto erigere in suo onore a Roma dal Senato nel 315 d.C., soprattutto raffigurazioni del suo volto incisi sulle monete o sui medaglioni celebrativi. E probabilmente una qualche idea potevano essersela fatta anche i nostri due cronografi bizantini, sebbene nessuna iscrizione su monumenti o su monete riporti ovviamente l’appellativo Tràchala (che dunque non doveva essere propriamente un epiteto esornativo).
Su questi reperti infatti il collo di Costantino si vede, eccome; e molte volte – non sempre, però – si tratta di un collo ben strutturato, che potremmo anche definire taurino.

Questione risolta, allora? Non proprio, perché anche qui si pone un altro problema, e cioè quanto l’iconografia di Costantino (statue, rilievi, monete) può ritenersi fedele nel riprodurre i reali tratti somatici dell’imperatore.
A questo proposito bisogna anche tener conto del fatto che: in un impero così vasto come quello romano, l’imperatore lo vedevano in pochi, ma le sue statue, i suoi monumenti e le sue monete raggiungevano potenzialmente la totalità dei sudditi; non esistendo mezzi di comunicazione di massa come li intendiamo noi, erano le statue, i monumenti e le monete a veicolare messaggi e informazioni a tutta la popolazione e a svolgere, almeno in parte, una funzione propagandistica.

L’iconografia statuaria di Costantino poi (non solo la sua, beninteso) presenta spesso questa caratteristica: i lineamenti del volto sono rielaborazioni (meglio: rilavorazioni) di statue preesistenti e anche molto risalenti nel tempo. Tra gli esempi più noti, la testa colossale in marmo che oggi si trova a Roma nel cortile di Palazzo dei Conservatori, sede dei Musei Capitolini, oppure il volto dell’imperatore raffigurato sui rilievi dell’omonimo arco, che in buona parte sono ricavati da fregi del II secolo d. C. Come dire: la faccia è quella di Costantino, ma il collo è di qualcun altro (e delle volte è un supporto di epoca moderna), quindi grosso o sottile è irrilevante per desumerne come fosse davvero quello del nostro Granduomo.
Ancora più interessante per complicarci le idee è l’iconografia monetale: Costantino, si è detto prima, persegue un disegno politico e le sue monete ce ne raccontano – e raccontavano allora con sfumature che probabilmente oggi non cogliamo appieno - le varie fasi.

Costantino succede a suo padre Costanzo Cloro, morto a Eburacum (l’odierna York) nel 306 d.C., per acclamazione delle truppe: tecnicamente si trattò di un’usurpazione, perché la concezione tetrarchica dioclezianea prevedeva altre regole per l’avvicendamento al trono, ma tant’è. Il sistema per il momento regge e Costantino si trova a controllare la Britannia, le Gallie e la Spagna.
Dal questo momento il volto di Costantino comincia a essere riprodotto sulle monete.
Su quelle coniate dalle zecche orientali il suo ritratto appare standardizzato secondo i canoni estetici tipici dell’arte tetrarchica, che tende a non differenziare le fattezze individuali dei singoli regnanti: teste tutte squadrate, compatte, profili marcati e spigolosi, taglio a spazzola. Colli, va da sé, tutti ben sviluppati: tutti, appunto. Questo tipo di iconografia risponde infatti a un messaggio politico ben preciso: la collegialità della funzione imperiale e l’armonia (concordia) tra i regnanti sono i valori da privilegiare, la similitudo nei loro ritratti ne è l’espressione figurativa. Pensiamo anche alle statue in porfido dei tetrarchi a Venezia, in Piazza San Marco: ciascun Augusto abbraccia il proprio Cesare (andiamo d’amore e d’accordo) e tutti e quattro, in abiti di foggia militare, stringono la mano sull’impugnatura delle loro spade (e siamo qui per proteggere i confini e i popoli dell’Impero); a fatica si colgono le differenze fisionomiche nei volti.
Ma nei territori occidentali controllati da Costantino, le zecche – in particolare quella di Treviri – battono monete in cui le caratteristiche somatiche del nostro sono invece ben definite e rimarcano la somiglianza con suo padre Costanzo Cloro: naso adunco, mento prominente, mascella volitiva. Costantino sembra quindi prendere le distanze dalla tetrarchia e affermare con decisione la propria individualità politica attraverso un diverso canone estetico, tendenza che si accentua a partire dal 310. Naso, mento, mascella caratterizzano e individualizzano i suoi ritratti: non il collo in particolare.

Nel 324 Costantino sconfigge definitivamente Licinio, l’ultimo dei suoi colleghi-rivali; si impadronisce così anche delle province orientali, il solo pezzo di Impero che ancora gli mancava, e rimane unico sovrano.
A partire da questo periodo si afferma la tendenza a una raffigurazione più idealizzata e astratta del volto di Costantino sulle monete, svincolata da una riproduzione fedele delle sue fattezze perché ciò che conta, ora, è la rappresentazione dell’autorità imperiale in quanto tale: il capo è cinto dal diadema, lo sguardo è rivolto verso l’alto (il sovrano ha il privilegio di guardare negli occhi la divinità – quale essa sia a seconda del credo di ciascuno – che legittima il suo potere) con una decisa torsione del collo all’insù. E qui, niente da dire, il collo è giocoforza in bella evidenza.
Ma si tratta, appunto, di un’immagine idealizzata e finalizzata, che si rifà alla tradizione di stampo ellenistico sulla figura di Alessandro Magno, condottiero invincibile e semidivino, tant’è che anche per Costantino (che già aveva associato la propria immagine a quella del Sol Invictus e si era poi attribuito l’epiteto di victor) si parla di imitatio Alexandri. Dal suo punto di vista del resto, pure lui, come Alessandro, aveva conquistato l’Oriente e aveva fondato una città-monumento dandole il suo nome, Costantinopoli: una “Roma tutta sua”, destinata a essere elevata al rango di quella originale.

Certo, si può anche considerare che Costantino era ormai sulla cinquantina e che un appesantimento dei tratti del volto, collo compreso, particolarmente evidente nelle emissioni a partire dal 330, rispondesse comunque alle sue reali fattezze segnate dall’avanzare dell’età.
Tuttavia bisogna tenere presente che, sin dall’inizio del periodo tetrarchico, la raffigurazione della pinguedine nei ritratti imperiali era un canone stilistico e iconografico tradizionale delle zecche della parte orientale dell’impero, con il quale si intendeva rappresentare il buon governo del sovrano in quanto portatore di abbondanza e prosperità ai suoi sudditi.
Non solo, nella fisiognomica antica un collo ben sviluppato era considerato indice di qualità morali positive, quindi una sua enfasi iconografica poteva suggerire una caratterizzazione favorevole del personaggio raffigurato.

Quindi? Abbiamo due fonti letterarie medievali che attribuiscono il soprannome Tràchala affibbiato a Costantino alle notevoli dimensioni del suo collo. Le fonti iconografiche però non offrono certezze a questo riguardo, perché non sono univoche sulle dimensioni del collo di Costantino. E anche quando i suoi ritratti mostrano un collo “importante”, non è detto che siano raffigurazioni fedeli alla reale fisionomia del Granduomo, anziché immagini idealizzate funzionali a veicolare messaggi politici, sociali o religiosi.

Possiamo però ritenere, plausibilmente, che dare del Tràchala a qualcuno, specie a un imperatore, non dovesse suonare come un complimento: lo fosse stato, i vari panegiristi di Costantino e il suo primo agiografo, Eusebio di Cesarea, ce l’avrebbero con tutta probabilità fatto sapere.
E’ quindi lecito ipotizzare che, accanto al suo significato letterale di “collo”, il soprannome Tràchala venisse usato in senso metaforico.

Vinciamo facile: non è solo un’ipotesi, ovviamente. E’ un altro problema.

Anzi, è proprio un’altra storia.

Valete
"Per alcuni versi, si tratta di un mondo come il nostro, con i suoi rapidi cambiamenti ed il senso di trovarsi fuori posto che ad essi si accompagna."
(A. Cameron - Il tardo impero romano)

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